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Si può filosofare senza la conoscenza della storia della filosofia?

Aggiornamento: 4 dic 2020

Nel nostro Bel Paese, una delle critiche più frequenti per quel che concerne la didattica filosofica è da diversi anni il seguente: in Italia si studia storia della filosofia e non si impara a "filosofare". L'argomentazione non si ferma solo a questo, ma spesso si aggiunge come la storia della filosofia sia spesso inutile ai fini dell'apprendimento; preferendo altre modalità di didattica, come il dibattito o lo studio per tematiche filosofiche, ma la storia della filosofia è davvero così? Per rispondere a questa domanda, bisogna procedere con ordine, analizzando con attenzione quali sono le cause di questo approccio e le eventuali conseguenze, che esse siano benefiche oppure venefiche.







Una riforma del 1923


Uno dei principali promotori dello studio della filosofia come storia della stessa fu Giovanni Gentile, che ne prevedeva l'insegnamento nella riforma che porta il suo stesso nome, varata sotto il fascismo nel 1923. E' qui doveroso sottolineare che la filosofia gentiliana è fortemente influenzata dall'idealismo e in particolare da Hegel, secondo cui il pensiero è un'evoluzione costante, destinato a raggiungere quello che il pensatore di Jena definiva l'Assoluto. Da questo punto di vista, lo studio storiografico è l'unico modo per comprendere quello che potremmo definire con parole né hegeliane e né gentiliane "il cammino e l'evoluzione del pensiero".

Seppur un approccio storiografico sia estremamente utile per comprendere come certi temi siano stati affrontati in quella determinata epoca, è evidente come lo studio della materia si riduca ad una semplice galleria di ritratti, oltre a portare quasi nessun giovamento alle capacità di uno studente di dibattere su determinati temi, visto che spesso gli esami si riducono a "la differenza tra giudizi analitici e sintetici secondo Kant", senza alcun commento di sorta.



Filosofia all'estero: Francia e Germania


Gli esempi virtuosi che vengono spesso tirati in ballo sono l'esempio della vicina Francia e della Germania. Nella repubblica transalpina, infatti, nelle scuole superiori, non solo la filosofia viene insegnata per temi, ma vengono anche commentati passi d'autore. Inoltre, l'insegnante di filosofia in Francia non insegna anche storia: quest'ultima è infatti accorpata assieme all'insegnamento della geografia. Sicuramente questo modo di insegnare rende il pensiero qualcosa di vivo ed attualizzato, mostrando come filosofare sia un'attività tutt'altro che inutile e molto importante per affrontare la quotidianità e comprendere più a fondo i fatti che avvengono nel mondo, ma si perde completamente di vista il quadro storico in cui tale filosofo formula le sue idee.

Nella Bundesrepublik, dove l'insegnamento della filosofia avviene per lo più a livello universitario, l'approccio alla didattica è molto interessante; con poche lezioni frontali e molti più seminari in cui gli studenti sono invitati a leggere e discutere un classico, con un esame finale che è una sorta di saggio sul classico letto e commentato. Sicuramente sarebbe un'ottima palestra per formare gli studenti, magari da affiancare all'approccio storiografico, più squisitamente nostrano.


Due approcci paralleli


In chiusura, vorrei esprimere la mia opinione in merito. Personalmente, reputo che le due modalità di insegnamento siano importanti e penso che l'una non dovrebbe escludere l'altra. L'approccio storiografico fornisce infatti una sorta di "bussola" con cui lo studente impara ad orientarsi all'interno del pensiero umano, mentre lo studio ed il dibattito per temi aiutano a rendere attuale lo studio dello stesso qualcosa di vivo, senza ridurlo ad una polverosa galleria di ritratti.


Uriel Percyfal Tiogeneitt



Fonti sitografiche:

https://www.lavoroculturale.org/insegnare-la-filosofia-in-francia/marco-salucci/

http://www.lachiavedisophia.com/blog/guida-allo-studio-della-filosofia-litalia-la-germania/


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