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Le espressioni facciali significano ancora qualcosa oggi?

Le espressioni facciali caratterizzano l’uomo e le sue emozioni, poiché il volto rappresenta all'esterno ciò che proviamo interiormente. Le nostre espressioni le percepiamo, anche se non ci guardiamo e questo sentirci ci permette di conoscerci e di prendere atto di quello che stiamo facendo filtrare; guardando gli altri comprendiamo, invece, che il contrarsi dei muscoli del volto comunicano gioia, dolore, rancore, disapprovazione e soprattutto un giudizio. Da queste premesse, ci si potrebbe chiedere: è possibile sorridere senza provare gioia o compartecipazione? È possibile mostrarsi seri o accigliati e non esserlo? Le nostre espressioni facciali possono influenzare l’osservatore?

Probabilmente nella società di oggi sì, soprattutto da parte di quelle persone che applicano in automatico le regole dell’immagine perfetta o quella della diplomazia ad ogni situazione e dimenticano i rapporti veri, costringendo anche i muscoli del proprio volto a contrarsi in base alle circostanze e alle aspettative.

Certo che la letteratura scientifica, almeno quella di fine ‘800 non contemplava questa possibilità, tanto che Darwin[1] si concentra sui meccanismi “naturali” delle espressioni, chiamate in questo modo perché tradotti dal corpo umano con segni fisiologici, riconoscibili dall'altro. Così si è pensato di conoscere la rabbia, la felicità, la sorpresa, la gioia, la paura, la tristezza, perché condivise da tutti.

Nel secolo scorso questi dogmi scientifici entrano in crisi e la naturalità delle espressioni non viene accettata dalla psicologia scientifica di inizio ‘900. La medicina dell’epoca abbandona l’impronta evoluzionistica per concentrarsi di più sugli aspetti mentali legati ad una società. Gli studi avvenuti sulle culture dell’Asia, recentemente, hanno evidenziato che le espressioni della paura e della sorpresa sono tipicamente confuse, così come quelle del disgusto e della rabbia (Rachael E. Jack, 2016). In un articolo di ricerca del 2009 su Current Biology, R. E. Jack e altri studiosi avevano esaminato le strategie di decodifica utilizzate dagli Occidentali e dagli Asiatici, nella classificazione delle sei espressioni facciali universalmente standardizzate dell'emozione: felicità, sorpresa, paura, disgusto, rabbia e tristezza (Racheal E. Jack, 2016). Gli occidentali durante l’esperimento hanno riconosciuto tutte e sei le espressioni facciali delle emozioni con grande precisione, mentre i partecipanti orientali hanno mostrato prestazioni significativamente più basse per le espressioni della paura e del disgusto, confondendo le relative espressioni facciali.


Nell'osservare queste differenze tra gli Occidentali e gli Asiatici, i ricercatori hanno utilizzato la tecnologia di ‘tracciamento del movimento oculare’, cioè il percorso che compie l’occhio quando osserva un oggetto. Gli Occidentali, infatti, distribuivano lo sguardo in modo uniforme sul viso, compresi gli occhi e la bocca, mentre gli Asiatici tendevano a concentrare il loro sguardo nella parte superiore del viso, compresi gli occhi (Rachael E. Jack, 2016). Interessante, a tal proposito, è notare che i risultati delle prove sulla cultura asiatica e occidentale vengono confermati dall'utilizzo quotidiano di emoticon atte a esprimere le emozioni. Le emoticon occidentali, come :) per 'felice' e :( per 'triste' tendono a variare intorno alla bocca, mentre le emoticon dell'Asia, come (^.^) per 'felice' e (>.<) per 'arrabbiato' tendono a variare intorno agli occhi per comunicare le emozioni (Rachael E. Jack 2016). A tal proposito, R. Jack e altri studiosi hanno dimostrato che la cultura occidentale e quella dell'Asia hanno aspettative diverse quando si tratta di riconoscere e interpretare le espressioni emotive. È possibile dunque, come R. Birdwhistell (1970) ha dimostrato con i suoi studi, che il sorriso umano si manifesti in alcuni soggetti di fronte ad un ambiente positivo e in altri in un ambiente avverso. Sulla base delle ricerche condotte in ambito filosofico, antropologico e sociologico si evidenzia come l’espressione facciale, che caratterizza il nostro modo di esprimerci attraverso un linguaggio non verbale possa presentare numerose sfaccettature. Non si può certo negare che esista un’interpretazione universale di espressioni facciali. Allo stesso tempo questa universalità diventa il sintomo di manifestazioni e interpretazioni soggettive, determinate dal contesto, senza considerare il soggetto in causa che può essere capace di contrarre i suoi muscoli per comunicare qualcosa di completamente diverso rispetto a quello che vorrebbe dire, anche per tenere alte le prestazioni sociali legate ad un’immagine, di fatto, irreale. Le espressioni delle emozioni solo forse raramente indicano lo stato interiore, lo stato d’animo e la sensazione provata; spesso sono determinate dalla volontà di non comunicare quello che si prova ma di mostrare ben altro in nome del proprio ruolo o di una situazione che la società ci obbliga a gestire diversamente da come vorremmo. Risulta quindi difficile non accettare sia la teoria classica che gli studi del ‘900, perché ci rendiamo sempre più conto di come le espressioni facciali siano spesso un artefatto e forse sono ancora una volta gli occhi, su cui invece puntano tutto gli Asiatici; quelli se si guardano bene non mentono, per cui mentre qualcuno sorride, il suo sguardo sta rivelando tutt'altro. La domanda da porsi è, pertanto, esistono ancora persone che ti guardano attentamente e che sappiano andare oltre l’espressione programmata di un’emozione? O i muscoli che si contraggono del volto possono essere paragonabili a delle emoticon che inseriamo alla fine di un messaggio, solo per convenzione, pensando tutt'altro?


Sara Iacarella




Note bibliografiche: [1] Darwin, C. (2013). ​L’espressione dei sentimenti nell’uomo e negli animali,​ Unione tipografico editrice, Torino.

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