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  • Claudia Granato

L'amore per Kierkegaard. Il silenzio Eterno dell’amabile

"Forse l'amore ha il privilegio di essere la sola cosa su cui non si possa riflettere prima, ma soltanto dopo?"

S. Kierkegaard, In vino veritas, 1845




Il concetto dell'amore trapassa generazioni filosofiche che ammettono ed omettono la bellezza e l’incomprensibilità di questo sentimento. C’è una via comune che è data nella tracciabilità di questo sentimento, che si rivela inverosimilmente nello spirito. È bizzarro come si possa pensare che l'amore sia qualcosa di velatamente incompreso. Kierkegaard, lo esplicita in maniera egregia: l'amore, per egli, è un enigma, un aforisma incompreso, qualcosa di cui non conosciamo l'origine.


Cos'è l'amore?

Nel suo celebre In vino veritas ritaglia uno spazio, in cui definisce più propriamente che cosa sia l'amore. Questo sentimento, in Kierkegaard, è inspiegabile: l'oggetto stesso dell’amore, che è l'amabile, non può essere spiegato, perché esso stesso è quell'aggancio tramite cui l'amore si riveste da sé. L’amabile è il ''perché'' - in quanto origine - e l’amore è il come, in quanto conseguenza.


Si intersecano in questi due fili sottili, due concezioni risolute ed invisibili, tramite cui l'Assurdo fa spazio all'Assoluto. Ed è nel respiro dell'assenza dell'amore che riceviamo l'eterno come Assoluto. L'Assoluto e l'Assurdo si differenziano in due prospettive ben delineate: il primo è ciò che concepiamo come verità appartenente a noi stessi; il secondo, invece, è ciò che poniamo in dubbio come verità incerta rispetto a Dio. L'inconcepibilità permette il compimento dell’uomo in quel movimento all'infinito, tramite cui ritrova sé stesso in Dio.


Dio e l'immortalità

La domanda che dovremmo porci nei giorni odierni è: dove ritroviamo Dio?

Frughiamo nei flussi delle nostre coscienze e ci rimangono solamente impresse immagini distorte e poco veritiere, che non ci permettono di scorgere quella realtà immaginifica che ci regala un pezzo di salvezza. Ognuno di noi dovrebbe ritenersi salvato, perché la vita ci salva. La maggior salvezza, per Kierkegaard, si fonda nell'immortalità dell’anima mediante la morte:

"la donna desta nell'uomo l'idealità e connessa la coscienza dell'immortalità".

La maggior salvezza nella filosofia è non smettere di soffrire per la conoscenza. Kierkeegard lo ha fatto ed è rimasto l’emblema di ciò che può ritenersi adesso esistenzialismo. Ha ritrovato, in Dio, l'essenza del conforto e dell'amore. Oggi affibbiamo a Dio, tutto ciò che non gli appartiene, ma ci scordiamo di riflettere che Dio è parte di noi, in quanto seme eterno nella nostra vita e parola silenziosa tra le mille che pensiamo. Leggi anche: La mondanità conduce al peccato? Un commento all'Angelus di Papa Francesco Il Vangelo secondo Matteo secondo Uriel P. Tiogeneitt

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