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Forza è giustizia: la lettura socratica dell'Iliade di Simone Weil

Sarebbe bello se tutti i giorni fossero dedicati al ricordare. In memoria di chi è stato – e di chi è – vittima di ingiustizie, propongo la lettura di queste mie umili riflessioni che trattano di una straordinaria filosofa di origini ebraiche: Simone Weil.




Nel saggio L'Iliade ou le poème de la force (1940-1941), Simone Weil (1909-1943) ci dona un prezioso commento del celebre poema omerico che racconta della guerra di Troia. La poesia di Omero, indubbiamente, rappresenta una delle più nobili narrazioni dell'amicizia, dell'audacia, dell'orgoglio e dell'amore, quelle virtù che risiedono nell'anima umana. Per Simone, la figura dell'eroe si relaziona alla forza, quella facoltà che <<tramuta l'uomo in una cosa nel senso letterale del termine, perché ne fa un cadavere>>1. Com'è noto, nei poemi omerici, l'intera concezione del mondo e della divinità è molto lontana da quella dell'epoca classica; l'anima (psyché) è citata dall'aedo in due sensi diversi, perché essa si riferisce all'uomo vivente e all'uomo morto. In Omero, la psyché è dissociata dalla personalità dell'uomo, poiché l'anima, intesa come <<soffio vitale>>, non ha nessuna funzione, salvo quella di abbandonarlo.2 La morte fa da sfondo all'Iliade, poema della forza in cui non vi sono né vincitori né vinti. La lettura di Simone Weil, in termini etici, rappresenta un'occasione pedagogica di memoria. Il celebre poema di Omero, per Simone, è miracoloso per via della sua concezione della forza, da non intendere come un mero annientamento dell'altro, bensì come elevazione spirituale. La grandezza di Omero consiste nell'aver formulato la legge del taglione anticipatamente rispetto ai Vangeli: secondo la filosofa francese, <<il forte non è mai del tutto forte, né il debole del tutto debole, ma entrambi ignorano ciò. […] E dove non c'è posto per il pensiero, non c'è neanche per la giustizia e la prudenza>>.3 L'esercizio della violenza snatura la giustizia, perché sia chi la mette in atto sia chi la subisce diventa vittima della forza degli altri. Spero mi sia lecito affermare che questa prospettiva di Weil sia debitrice nei confronti dell'etica socratica; nel Gorgia di Platone, Socrate cerca di convincere Callicle che è meglio subire l'ingiustizia piuttosto che commetterla:

E lascia pure che qualcuno ti disprezzi, convinto che tu sia fuori di senno, e che ti insulti, se vuole, e tu, per Zeus, con coraggio, lasciati pure colpire con quello schiaffo disonorevole, perché non ti accadrà nulla di cui avere paura, se sarai davvero un uomo per bene, che coltiva la virtù.4


Per essere più precisi, la differenza essenziale che dobbiamo evidenziare è quella che riguarda il divario tra esterno e interno. Se prendiamo in considerazione un eroe omerico, ad esempio, vediamo che tutta la sua vita è proiettata verso l'esterno, nella fama e nell'onore – valori difesi pubblicamente quando si è offesi –, nel potere esercitato, nei beni materiali e nella prosperità della famiglia. In questi casi la felicità è dovuta a cose esterne, la cui mancanza produce infelicità e disperazione: si veda, ad esempio, il caso di Priamo dopo la disfatta troiana, ridottosi in condizioni di miseria, poiché privo di beni, potere e famiglia. La felicità è una qualità interiore, che si fonda sulla buona coscienza, sulla virtù e sull'obbedienza prestata agli dei. Gli ignoranti, coloro che sono artefici del male, non hanno saputo cogliere la vera essenza dell'uomo e della vita buona. Chi bada soltanto ai beni materiali e al tempo stesso trascura la cura della propria anima può riconoscersi infelice. Per Socrate – e per Simone Weil -, danneggiare gli altri era ingiusto, in qualsiasi caso: chi recava danno a qualcuno si rendeva ad ogni modo un essere peggiore. Ovviamente Socrate non avrebbe mai voluto trovarsi nella situazione in cui un torto è subito, ma se la scelta è tra il subire e il commettere ingiustizia, il primo caso è indubbiamente il migliore. Questa tesi non si basa su una legge morale astratta – che prescrive ciò che si deve fare o non si deve fare –, bensì si fonda sul fatto che l'uomo, a suo avviso, è sempre giusto e di conseguenza è più felice di chi è ingiusto, perché chi commette un torto non sa che cos'è il vero bene. Se subire ingiustizia implica l'esser resi infelici da qualcuno, per Socrate l'uomo giusto ne è del tutto immune, giacché non può esser vittima di nessun male maggiore, dato che gli uomini ingiusti non hanno alcun potere su di lui.


Leonardo Pastorello ______________ 1 Si veda Simone Weil, ''L'Iliade o il poema della forza'', in ''Il libro del potere'', introdotto da M. Bonazzi, Seggiano di Pioltello (MI), Chiarelettere, 2018, p. 3. 2 E. Dodds, ''I Greci e l'irrazionale'', La Nuova Italia, 1983, p.165. 3 S. Weil, ''L'Iliade o il poema della forza'', cit., p. 17 – 18. 4 Platone, ''Gorgia'', 454c-455d.

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